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RUBRICA "GUARDIAMOCI DENTRO" - PRIMA TAPPA: La paura del Giudizio

La mia rubrica GUARDIAMOCI DENTRO ha l 'obiettivo di accompagnarti nel tuo "viaggio dentro te stesso/a" percorrendo alcune tappe importanti che riguardano temi fondamentali per sviluppare crescita personale, auto-consapevolezza, sviluppo ed espansione di Sé
Ecco la nostra prima tappa, sei pronto/a a scoprirla?


"Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre."
 (Platone)


LA PAURA DEL GIUDIZIO DEGLI ALTRI: COME GESTIRLA IN 4 PASSI
Oggi vorrei parlarti della paura del giudizio degli altri.
Eh si! Credo proprio che questo sia uno di quei temi che riguardano, chi più chi meno, un po' tutti noi. Non ci credi?
Già Maslow, tra il 1943 e il 1954, parlò, nella sua piramide dei bisogni, del bisogno di appartenenza e amore. Lo descrisse come il bisogno di sentirsi vicini e apprezzati dagli altri, come un aspetto fondante dell'essere umano. Io penso proprio sia così... e lo penso perché lo so attraverso la mia esperienza personale e anche attraverso la mia esperienza professionale, come psicoterapeuta.

Spesso nella mia vita mi sono ritrovata a chiedermi se gli altri avrebbero giudicato positivamente quello che facevo o quello che dicevo. Spesso mi sono ritrovata a sentirmi inadeguata e con la sensazione di avere tutti gli occhi puntati addosso. Preoccupata più di come pensavo mi avrebbero "fatto sentire" gli altri, ciò su cui non mi soffermavo era il MIO giudizio (inflessibile) su di me. Ero io il peggior giudice di me stessa, ero sempre io la Regina dell'Auto-Critica (spesso più distruttiva che costruttiva) e, di conseguenza, andavo in giro temendo il giudizio degli altri. E, con il passare del tempo, più pensavo di aspettarmi una critica da parte degli altri più mi chiudevo in me stessa, ascoltando le vocine che mi ripetevano quanto ero stata sciocca a dire una certa cosa, o quanto non ce l'avrei mai fatta a farne bene un'altra. Immagino sia capitato anche a te di sentirti insicuro (quando non addirittura terrorizzato!) nel parlare in pubblico, nell'esporre una tua idea innovativa, nel dire la tua su qualcosa su cui gli altri la pensano diversamente... o anche solo a vestirti in un modo diverso da quello usuale.

Ma ti sei mai chiesto se veramente gli altri sono esenti dalla paura del giudizio degli altri?
E ti sei mai chiesto se è vero che tutti stanno lì sempre pronti a puntare il dito?

Io credo che, a meno che non ci abbia già lavorato uscendo dal tunnel del giudizio, o a meno che non non ne sia ancora assolutamente consapevole, anche tu hai questa stessa paura... e come te quasi tutti. E se tutti abbiamo paura di essere criticati, non siamo dunque tutti nella stessa barca?

E' vero, è nell'essere umano la tendenza a dare una cornice alle cose e, di conseguenza, a giudicare in base a quello che ci troviamo difronte. Spesso senza troppi dati a disposizione tendiamo a esprimere un giudizio globale.

Jung disse "pensare è molto difficile, per questo la maggior parte delle persone giudica". Frase non potrebbe esser più vera. Perché? Perché se ci fermiamo a pensare, a riflettere su noi stessi potremo scoprire molte cose e soffermandoci su noi stessi capiremmo che giudicare gli altri e noi stessi non è corretto. Ma non nel senso che pensi tu CORRETTO. Non nel senso "giusto", ma nel senso "adeguato" "conveniente" "opportuno".

E perché non è corretto giudicare gli altri? Riflettiamo insieme.

Immagina di essere uscito/a di casa per andare a fare la spesa... entri nel supermercato più vicino a casa tua, prendi il carrello, e con la lista della spesa alla mano inizi a selezionare i prodotti che ti servono. Fai il giro del negozio, finalmente arrivi alla cassa e ti metti in fila. All'improvviso senti un trambusto e vedi arrivare un signore che, con una certa prepotenza, passa avanti a tutti. Arrivato dalla cassiera le punta un coltello ordinandole di consegnargli tutti i soldi in suo possesso. Presi i soldi scappa via di corsa.
Cosa penseresti? Che è un ladro probabilmente, che è un farabutto, un delinquente e chissà cos'altro...
Poi esci dal supermercato e torni a casa un po' frastornato/a. Dopo qualche giorno vieni a sapere da un amico che quel signore, proprio quello cui avevi indirizzato il tuo giudizio, aveva commesso la rapina per comprare una costosa medicina al suo bambino gravemente ammalato e bisognoso di immediate cure. A questo punto cosa penseresti?? Dovresti fermarti a riflettere e chiederti: ma se anche io mi trovassi senza risorse, nessuno potesse aiutarmi, fossi solo al mondo, e avessi un figlio gravemente ammalato cosa farei? Beh, credetemi, ognuno di noi ci penserebbe seriamente...

Cosa significa tutto ciò? Perché mi stai portando questo esempio? ti chiederai...

Beh questa piccola storia deve farci riflettere sul fatto che noi tutti spesso giudichiamo dai comportamenti. Giudichiamo gli altri, ma anche noi stessi. E spesso siamo inflessibili.

Ma i nostri comportamenti non determinano chi siamo! Posso comportarmi in modi opposti nell'arco della stessa giornata. Ma facciamo un altro esempio...
A casa con i miei figli sono una madre dolce e affettuosa la maggior parte del tempo. Un giorno usciamo di casa e mia figlia attraversa la strada senza guardare prima di farlo, rischiando di finire sotto un'auto. Reagisco urlandole e sgridandola con forza. Tu vedi solo la parte finale della scena e non mi conosci. Cosa penseresti di me? "Che madre aggressiva, poco affettuosa". Ma sarebbe davvero "corretto" il tuo giudizio? E' vero che sono una madre poco affettuosa o, peggio, aggressiva, o forse sono una madre amorevole e premurosa che, semplicemente, ha avuto paura che la propria figlia finisse per farsi molto male o anche peggio?

Riflettiamo attentamente, facciamo spazio dentro di noi per pensare che il nostro valore non dipende dai nostri comportamenti. Il nostro valore è intrinseco, è dato, solo per il fatto di essere nati, di essere unici al mondo, non esiste nessuno uguale a noi. Poi possiamo comportarci in modi diversi, di cui a volte possiamo anche pentirci, che possiamo migliorare, ma questi non determinano chi siamo o se e quanto valiamo.

Lucia Giovannini ci parla, nel suo libro Mi merito il meglio (che consiglio a tutti), della differenza tra auto-stima e auto-efficacia. Sono due aspetti diversi dell'essere umano. L'auto-stima dipende da ciò che noi pensiamo di noi, dal valore che ci diamo, dall'immagine che abbiamo di noi stessi. L'autoefficacia invece è ciò che faccio, come mi comporto. La prima dovrebbe rimanere stabile, mentre la seconda può oscillare. Quando il nostro senso di auto-efficacia oscilla non ne soffriamo perché la nostra autostima, ovvero il nostro senso di valore personale, rimane solido. E' da qui che partiamo, dal valore che ci attribuiamo, sono le radici dell'albero, sono le fondamenta del palazzo.

Se riflettiamo, comprendiamo e lavoriamo su tutto ciò possiamo raggiungere un senso di pace e di felicità.
Ma come si fa a rendere stabile il palazzo quando c'è il terremoto?

Prova a seguire questi 4 passi... ma non mi fraintendere, sono 4 passi che richiedono introspezione e lavoro su di sé... non sono una formula magica...

Vediamoli nel dettaglio:

1) Quando senti forte il bisogno di giudicare, quando ti accorgi che ti stai dando addosso, a te stesso/a o agli altri, fermati e ascoltati.
Fermati e chiediti:
Cosa sto vedendo di me? Il comportamento
E cosa non sto vedendo? Il contesto, il perché mi comporto in quel modo.

2) Guarda, accogli l'errore e vai avanti.
Quando agisci puoi fallire. Per non fallire dovresti rimanere per sempre immobile, fermando la tua vita. Anche i più grandi hanno fallito: Steve Jobs fu licenziato dall'azienda che lui stesso aveva creato, Michael Jordan fu scartato dalla squadra di basket del suo liceo e ancora Walt Disney fu licenziato da un giornale per "scarsa immaginazione e "incapacità di avere idee originali"...e chissà quanti altri.

3) Accetta l'errore e non giudicarti.
Se non accetti di aver sbagliato, di essere fallibile nella tua auto-efficacia non riuscirai ad andare avanti. Se non accetti che anche se hai sbagliato, anche se hai fallito, non significa che SEI un Fallito, ma che puoi recuperare, puoi modificare i tuoi comportamenti, non riuscirai ad andare avanti.

4) Vai avanti, guardandoti sempre dentro.
Vai avanti sempre, anche se hai fallito, senza giudicarti. Quello che puoi fare è vedere i comportamenti che metti in essere e modificarli, in una parola Crescere. Prova dunque nuovi modi di pensare, modifica le tue convinzioni, modifica i tuoi comportamenti. Così facendo riuscirai a provare emozioni più piacevoli e a sapere quanto vali, a prescindere da ciò che fai.

Una volta che avrai stabilizzato la tua auto-stima sapendo che tu vali a prescindere, per la tua unicità, e una volta che avrai capito che i tuoi comportamenti non fanno la persona, una volta che avrai imparato ad accettare che sei fallibile ma che puoi modificarti, allora non avrai più paura del giudizio degli altri! E il tuo impegno, a quel punto, sarà smettere anche di giudicare gli altri.

Buon lavoro!

p.s.: mi piacerebbe molto ricevere un tuo feedback... se ti va, scrivilo nei commenti qui sotto.

Fattori di rischio nello sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini: il ruolo dell’attaccamento

Quando si parla di fattori di rischio si fa riferimento a particolari caratteristiche o processi ritenuti all’origine del problema.
Gli eventi che si verificano durante l’infanzia e l’età prescolare sembrano portare allo sviluppo di disturbi nella condotta in età scolare, violenza nell’adolescenza e disordini psichiatrici in età adulta (Loeber, 1991; Robins, 1991).
Un fattore di particolare importanza è la qualità dello sviluppo della relazione genitore-bambino. In particolare,  gravi disordini nell’attaccamento portano allo sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini, comportamenti controllanti e disturbi nella condotta. Già a partire dai 5-6 anni, questi bambini mostrano mancanza di responsabilità, autogratificazione a spese altrui, disonestà e disprezzo per gli standard sociali (Raine, 1993). Secondo Bowlby (1969) un attaccamento problematico nei primi 3 anni di vita può portare ad una psicopatia affettiva, ossia all’incapacità di formare relazioni affettive significative, unita allo sviluppo di una forte rabbia, scarso controllo degli impulsi e assenza di rimorso.
Prima di soffermarci sull’importanza dell’attaccamento, è bene passare brevemente in rassegna ulteriori fattori significativi che potrebbero contribuire allo sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini e disordini della condotta.


Comportamenti aggressivi nei bambini: i fattori di influenza

Una combinazione di fattori emotivi, sociali e biologici possono interagire tra loro e promuovere comportamenti violenti e acting-out antisociali, in particolare l’interazione tra vulnerabilità interna (es. deficit emotivi e/o cognitivi) e fattori ambientali negativi (es. abusi o trascuratezza), possono dar vita a veri e propri disturbi della condotta (Lewis, 1990).

Ambiente familiare

Un significativo fattore di rischio è dato dall’ambiente familiare. Numerose ricerche hanno messo in luce una forte correlazione tra particolari aspetti dell’ambiente familiare e comportamenti aggressivi nei bambini e negli adolescenti, in particolare un basso livello socio economico (Sameroff, 1987), l’essere genitori single (Webster-Stratton, 1990), alti livelli di stress e depressione materna (Campbell, 1990) e l’esposizione a violenza fisica e psicologica (Juoriles et al., 1980), contribuirebbero alla formazione di condotte distruttive. Spesso si tratta di genitori con personalità antisociali, che elargiscono al bambino dure punizioni fisiche, non forniscono un’adeguata supervisione e sono poco coinvolti e presenti nella vita del figlio.

Fattori ambientali

Oltre alla famiglia, il bambino viene anche a contatto con l’ambiente esterno che può fornirgli modelli ed esempi che esaltano la violenza e in molti casi la giustificano. Quando si parla di fattori ambientali si fa riferimento ad un’atmosfera altamente impoverita, caratterizzata da modelli di violenza all’interno di comunità e dall’immediato accesso alla violenza fornito dai media. I comportamenti violenti possono infatti essere in larga parte appresi. I bambini cresciuti in questi ambienti apprendono che la violenza è un modo per risolvere i problemi e già dall’età prescolare viene a formarsi un sistema di credenze che induce all’uso della violenza: ‘l’aggressività è un modo legittimo per esprimere sentimenti, risolvere problemi, aumentare la propria autostima e raggiungere il potere’ (Shure &Spivak, 1988; Slaby & Guerra, 1988).
Un’ulteriore fonte di apprendimento è la TV, infatti si è visto che bambini che guardano cartoni animati violenti sono più predisposti a picchiare i compagni di scuola, non rispettare le regole all’interno della classe e a discutere con le insegnanti; questi bambini potrebbero risultare, spesso, insensibili al dolore e alla sofferenza degli altri (Huston et al., 1992).

Fattori biologici

Ad arricchire il quadro dei fattori di rischio nello sviluppo di disturbi della condotta e comportamenti aggressivi nei bambini , contribuiscono anche i fattori biologici, quali l’esposizione prenatale a droghe e alcool, problemi nello sviluppo del feto, stress materno, complicazioni nel parto e nascite premature, deficit nutrizionali e background genetico.
Come ben sappiamo la violenza non è correlata all’esistenza di un singolo gene, ma a tratti che potrebbero essere ereditati, come ad esempio un temperamento disinibito ed impavido, iperattività e problemi attentivi. Molti studi indicano, inoltre, come problemi cognitivi e linguistici possono precedere lo sviluppo di comportamenti violenti, in particolare sembrerebbe che bambini con disordini della condotta mostrerebbero deficit nell’espressione verbale e nella comprensione linguistica, nonché deficit delle funzioni esecutive correlati a disfunzioni del lobo frontale sinistro (Beitchman, Nair, Clegg, Ferguson & Patel, 1986; Schonfeld, Shaffer, O’Connor & Portnoy, 1988; White, Moffin & Silva, 1989, Gorenstein, Mammato & Sandy, 1989).


Comportamenti aggressivi nei bambini: il ruolo dell’attaccamento

Oltre ai fattori familiari, ambientali e biologici, particolarmente rilevante nello sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini risulta essere lo stile di attaccamento.
La teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969, 1973, 1979, 1980, 1988) postula l’esistenza nell’uomo di una tendenza innata a ricercare per tutto l’arco di vita la vicinanza protettiva di una figura ben conosciuta (di riferimento) che accudisce e protegge, ogni volta che si costituiscono situazioni di pericolo, dolore, fatica, solitudine. Quando si raggiunge il riavvicinamento con essa, dopo una fase di lontananza, l’attivazione fisiologica e le emozioni si attenuano e l’individuo si tranquillizza.
L’attaccamento è un sistema motivazionale a base innata che insieme con quelli dell’accudimento, della cooperazione, a quello agonistico e sessuale (Liotti e Intreccialagli, 1992; Liotti, Monticelli, 2008) si attiva nelle relazioni adulte solo in momenti esistenziali e in contesti ambientali particolari e specifici.
All’interno del sistema di attaccamento vengono evocate emozioni di paura, collera, tristezza, gioia e sicurezza, attraverso cui si modula la richiesta di cura e di vicinanza e  si sollecita nel genitore il sistema motivazionale innato di accudimento.
Con il passare del tempo le modalità attraverso le quali si entra in relazione con le figure di riferimento si generalizzano, arrivando a formare gli Internal working model, ossia rappresentazioni di sé, dell’altro e di sé con l’altro, schemi cognitivi interpersonali che regolano in direzioni individualmente diverse il comportamento di attaccamento su base innata (Ainsworth et al., 1978). Queste rappresentazioni apprese costituiscono una caratteristica personale che modella le relazioni interpersonali, portando alla formazione di uno specifico stile di attaccamento: sicuro o insicuro (evitante, ansioso-ambivalente, disorganizzato).

Attaccamento sicuro

Un tipo di attaccamento definito sicuro prevede che il bambino abbia sicurezza e protezione dalle vulnerabilità attraverso la vicinanza con il caregiver. In questo contesto risultano fondamentali la sensibilità e la responsività materna che si esplicano in: percezione accurata dei segnali espliciti e delle comunicazioni implicite del bambino, interpretazione accurata dei segnali percepiti, sintonizzazione affettiva (condivisione empatica), risposta comportamentale, ossia prontezza e appropriatezza della risposta, completezza della risposta e costanza (prevedibilità).
Attraverso uno stile di attaccamento sicuro, il bambino apprende funzioni fondamentali per il suo sviluppo:
  • Impara le basi della fiducia e della reciprocità, che gli serviranno come modello per tutte le future relazioni affettive;
  • Esplora l’ambiente con sicurezza, fattore che lo porterà ad un buon sviluppo cognitivo e sociale;
  • Sviluppa l’abilità di autoregolazione, che gli permetterà un efficace controllo degli impulsi e delle emozioni;
  • Crea le basi per la formazione dell’identità, che includerà il senso di competenza, l’autostima e il giusto bilanciamento tra autonomia e dipendenza;
  • Da vita ad una morale prosociale, che comporterà la formazione di atteggiamenti empatici e compassionevoli;
  • Genera un sistema di credenze nucleari, che comprendono una valutazione cognitiva del sé, del caregiver, degli altri e della vita in generale;
  • Sarà protetto da stress e traumi, attraverso la ricerca attiva di risorse e la resilienza.
La creazione di una relazione di attaccamento sicuro tra madre e bambino è il principale fattore protettivo contro la formazione di comportamenti violenti e pattern cognitivi e comportamentali antisociali.
Gli specifici fattori protettivi collegati all’attaccamento che riducono il rischio di sviluppare condotte violente e comportamenti aggressivi nei bambini sono:
  • L’abilità di regolare e modulare impulsi ed emozioni: la funzione primaria dei genitori è aiutare il bambino a modulare l’arousal attraverso la sintonia e la capacità di una buona gestione del tempo nel gioco, nella nutrizione, nel conforto, nel contatto fisico, negli sguardi, nella pulizia e nel riposo; in sintesi insegnando al bambino le competenze che gradualmente lo aiuteranno a modulare il suo arousal;
  • Lo sviluppo di valori pro sociali, empatia e moralità: un attaccamento sicuro promuove valori e comportamenti prosociali che includono l’empatia, la compassione, la gentilezza e la moralità;
  • Stabilire un solido e positivo senso di sé: i bambini che hanno una basa sicura, caratterizzata da risposte appropriate da parte del caregiver e dalla sua disponibilità, hanno più probabilità di essere autonomi ed indipendenti durante l’arco dello sviluppo. Esplorano l’ambiente con poca ansia e maggiore abilità, sviluppando una maggiore autostima, abilità di mastery e differenzazione di sé. Questi bambini sviluppano credenze positive e aspettative circa sé stessi e le relazioni interpersonali (positive internal working model). Credenze positive su di sé: ‘sono buono, ricercato, competente e amabile‘; Credenze positive sui genitori: ‘loro sono responsivi ai miei bisogni, sensibili e affidabili‘; Credenze positive sulla vita: ‘il mondo è sicuro, la vita merita di essere vissuta‘;
  • L’abilità di gestire stress e avversità: numerose ricerche dimostrano come l’attaccamento sicuro costituisca una difesa nello sviluppo di psicopatologie associate a traumi ed avversità (Werner & Smith, 1992);
  • L’abilità di creare e mantenere relazioni emotivamente stabili: l’attaccamento sicuro implica una maggiore consapevolezza degli stati mentali degli altri, che non solo produce un rapido sviluppo della moralità, ma protegge il bambino dallo sviluppo di comportamenti antisociali.
Riassumendo si può affermare che i primi anni di vita costituiscono un’importantissima fase di sviluppo, nella quale il bambino apprende la fiducia, i pattern relazionali, il senso di sé e le abilità cognitive.

Attaccamento insicuro

Purtroppo, però, non tutti i bambini sperimentano un attaccamento sicuro, caratterizzato da amore, sicurezza e genitori che offrono protezione. I bambini con una marcata compromissione nell’attaccamento spesso diventano impulsivi, oppositivi, mancano di coscienza ed empatia, sono incapaci di dare e ricevere affetto e amore, esprimendo, quindi, rabbia, aggressività e violenza.
Le cause di disordini nell’attaccamento (attaccamento insicuro) possono essere svariate: abuso, neglect, depressione o patologie psichiatriche dei genitori (contributi genitoriali), difficoltà temperamentali, nascita prematura o problemi prenatali del feto nel bambino (contributi del bambino) e povertà, casa o comunità in cui si esperisce violenza e aggressività (contributi ambientali).
Un attaccamento insicuro può influenzare molti aspetti del funzionamento del bambino ed in particolare:
  • Il comportamento: il bambino tenderà maggiormente ad essere oppositivo, provocatorio, impulsivo, bugiardo, fino a commettere piccoli furti, aggressivo, iperattivo e autodistruttivo;
  • Le emozioni: il bambino proverà una rabbia intensa, si sentirà spesso depresso e senza speranze, sarà lunatico, avrà paura e sperimenterà l’ansia, sarà irritabile e avrà delle reazioni emotive inappropriate di fronte agli eventi esterni;
  • I pensieri: avrà credenze negative su sé stesso, sulle relazioni e sulla vita in generale, problemi attentivi e di apprendimento e mancherà del ragionamento causa-effetto;
  • Le relazioni: mancherà di fiducia verso gli altri, sarà controllante, manipolativo, avrà relazioni instabili con i pari e tenderà ad incolpare gli altri per i propri errori;
  • Il benessere fisico: il bambino potrebbe presentare enuresi ed encopresi, potrebbe essere più incline agli incidenti e avere una bassa tolleranza del dolore;
  • La morale: saranno spesso presenti mancanza di empatia, di compassione e di rimorso.
Nei bambini dai 2 ai 3 anni di età genitori non responsivi e trascuranti possono generare disperazione, eccessiva tristezza o l’esprimersi di una rabbia fuori controllo; questi bambini saranno portati a ricercare disperatamente l’attenzione dei genitori attraverso comportamenti negativi, caratterizzati da irrequietezza e irritabilità. A partire dai 5 anni tenderanno ad essere molto arrabbiati, oppositivi e a mostrare poco entusiasmo nell’apprendimento; svilupperanno inoltre una marcata incapacità di controllare gli impulsi e di gestire le emozioni.
In particolare, numerose ricerche hanno dimostrato che un attaccamento disorganizzato (questo stile si sviluppa quando i bambini percepiscono la figura d’attaccamento come fortemente scostante o addirittura minacciosa; il modello negativo che il bambino si crea della principale figura di riferimento lo porta ad evitare da un lato le richieste d’aiuto e i conflitti e dall’altro a non fidarsi degli altri; lo stato d’animo principale è la paura e la difficoltà a tenere insieme le diverse parti dell’io) è associato con perdite irrisolte, paure e traumi di uno o entrambi i genitori. Le madri di bambini con attaccamento disorganizzato hanno, spesso, storie di violenze familiari e abusi, piuttosto che trascuratezza emotiva prolungata, sono spaventate dalle memorie del trauma passato, possono presentare problemi di dissociazione e far vivere i loro figli all’interno di un dramma familiare irrisolto (Main & Goldwyn, 1984).
Queste mamme non sono assolutamente sincronizzate con le richieste dei loro bambini, rimandando ad essi messaggi confusi, come ad esempio stendere le braccia verso il bambino, mentre stanno indietreggiando, e risposte inappropriate ai segnali dei bambini, come ridere mentre il bambino piange (Lyons-Ruth, 1996; Main, 1985; Spieker & Booth, 1998). Questo dimostra come uno stile di attaccamento disorganizzato, così come ogni altro stile di attaccamento, possa avere una trasmissione intergenerazionale. Genitori cresciuti in famiglie violente e maltrattanti trasmettono le loro paure e i loro conflitti irrisolti ai figli attraverso abusi o deprivazione emotiva. In questo modo i bambini si trovano a vivere un vero e proprio paradosso, da una parte la vicinanza al genitore incrementa le paure del bambino, dall’altra lenisce le sue paure (Lyons-Ruth, 1996; Main & Hesse, 1990).
Le credenze che questi bambini sviluppano sono caratterizzate da autovalutazioni negative e disprezzo verso sé stessi. In particolare penseranno di essere cattivi, incompetenti e non amabili, che i genitori non rispondono ai loro bisogni, sono insensibili e inaffidabili e che il mondo è pericoloso e la vita non merita di essere vissuta. Questo pattern di credenze porta il bambino ad un senso di alienazione dalla famiglia e dalla società in generale; egli sentirà sempre il bisogno di controllare gli altri e di proteggere sé stesso in ogni momento attraverso l’aggressività, la violenza, la rabbia e la vendetta.
Sono proprio i casi di attaccamento disorganizzato a portare allo sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini e disturbi della condotta, fattori che potrebbero poi contribuire allo sviluppo di una personalità antisociale.


Conclusioni

In conclusione, l’attaccamento insicuro ed in particolare uno stile di attaccamento disorganizzato, favorisce comportamenti aggressivi nei bambini e devianza sociale a causa dell’utilizzo dell’aggressività come reazione difensiva e per l’assenza di considerazione dei bisogni e dei sentimenti degli altri. Ma questo non è sufficiente per considerare l’attaccamento insicuro/disorganizzato come sinonimo di comportamento aggressivo. La maggior parte dei bambini cresciuti in ambienti poveri e degradati manifesta un attaccamento insicuro, ma non per questo in età adulta si comporta in modo criminale o violento.
Solo nei casi estremi di persone cresciute in condizioni di grave pericolo, di abbandono e di maltrattamento emotivo o fisico, la manifestazione dell’aggressività può risultare non funzionale al mantenimento della relazione, pur svolgendo ugualmente la funzione difensiva di limitare o interrompere il legame di attaccamento per proteggere il Sé dalla pericolosità di genitori (Crittenden, 1999). In questi casi la sofferenza e la paura inducono ad utilizzare l’aggressività non per riavvicinarsi alla figura di attaccamento, ma per controllarla e distruggerla, per cui la vendetta e la punizione diventano obiettivi primari predisponendo a futuri comportamenti violenti e antisociali.
Un intervento d’elezione per prevenire lo sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini , sarebbe quello di favorire in età precoce l’incremento di abilità che possano ridurre la necessità di questi bambini di agire in maniera violenta nel loro ambiente. Una modalità interessante a tale riguardo potrebbe essere quella di affiancare al tempo dedicato al gioco libero, lo sviluppo di attività di gioco strutturate che promuovano in tutti i bambini empatia, abilità sociali e rafforzino l’autostima.



Festival Psicologia

 
A questo link puoi vedere il mio profilo e scaricare il voucher per un primo incontro gratuito e una tariffa agevolata per il percorso terapeutico:
 
 
 
Stiamo Fuori 2016”: il Festival della Psicologia torna a colorare le piazze di Roma  


Dopo il successo dell’edizione2015,  l’Ordine degli Psicologi del Lazio ripropone il 23 -24 maggio la sua due giorni dedicata alla “scienza della mente”, organizzata con il patrocinio del Ministero della Salute. Molte le novità: supporti didattici, giochi di ruolo, esperimenti e consulenze gratuite per conoscere meglio se stessi e valorizzare al massimo le proprie risorse . Appuntamento in piazza San Silvestro, piazza del Popolo e piazza della Repubblica  dalle 10 alle 21.  

Roma, 10 maggio 2015. Dopo il successo dell’edizione 2015, capace di richiamare oltre undicimila appassionati e curiosi, torna “Stiamo Fuori”,  il “Festival della Psicologia” organizzato dall’Ordine degli Psicologi del Lazio per fare conoscere al pubblico, in modo originale e interattivo, le numerose risorse offerte dalla scienza della mente. L’evento di quest’anno, organizzato con il patrocinio del Ministero della Salute, si concentrerà il 23-24 maggio in tre piazze della Capitale, distinte per aree tematiche: piazza San Silvestro (perinatalità e scuola), piazza del Popolo (alimentazione e cronicità) e piazza della Repubblica (lavoro e sport).   
In queste location i gazebo dell’Ordine, aperti dalle 10 alle 21, offriranno ai cittadini un’ampia gamma di opportunità conoscitive e ludiche per familiarizzare con la psicologia: sarà possibile fruire di supporti didattici inediti; accedere a simulazioni, attivazioni e giochi di ruolo; prendere parte a test ed esperimenti scientifici; confrontarsi sui propri obiettivi, di vita o di lavoro, con la consulenza di specialisti accreditati. Tutti coloro che prenderanno parte all’edizione 2016, poi, avranno  diritto a un voucher - scaricabile all’indirizzo http://www.festivalpsicologia.it/psicologi-aderenti/  - per una consulenza psicologica gratuita, eventualmente convertibile in un percorso di terapia a tariffa agevolata.
Il Festival 2016 intende trasmettere un’idea di “circolarità” di esperienze,  relazioni, conoscenza. A questo scopo, l’Ordine degli Psicologi del Lazio ha realizzato sei e-book ricavati dai principali spunti emersi nell’edizione 2015, finalizzati a rendere ancor più coinvolgente l’esperienza dei partecipanti. I testi possono essere scaricati gratuitamente sul sito della manifestazione (http://www.festivalpsicologia.it/sezione/ebook/
 
Ciascuna location, come detto, si focalizzerà su ambiti specifici. In piazza San Silvestro, le attivazioni riguarderanno la perinatalità e la scuola: i neo-genitori potranno ricevere informazioni sul comportamento del bambino e sulle scelte da adottare nei suoi primi mesi di vita, mentre chi ha figli più grandi verrà consigliato su come motivarli e indirizzarli nello studio. In Piazza del Popolo, si parlerà di alimentazione e cronicità: accanto all’ampio ventaglio di temi connessi al rapporto con il cibo, si approfondiranno le questioni legate allo stress correlato agli stati di malattia. In piazza della Repubblica, infine, verranno toccate le problematiche connesse al lavoro e allo sport: chi vorrà potrà acquisire indicazioni sulla valorizzazione del proprio curriculum e delle proprie competenze, sulla formazione professionale, sulla risoluzione delle principali criticità della vita lavorativa. Gli sportivi, invece, avranno accesso alla gamma di soluzioni utili a migliorare la performance e sperimentare il “Biofeedback”: uno strumento d’avanguardia utilizzato dagli atleti professionisti per la valutazione dello stress, basato sulla misurazione di particolari parametri psicofisiologici.
“Dopo la grande partecipazione del 2015 – spiega Nicola Piccinini, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio – abbiamo deciso di prolungare l’orario della manifestazione e predisporre ancora più strumenti per l’interazione con i visitatori. Inoltre, abbiamo realizzato dei prodotti digitali gratuiti  utili ad accrescere il valore del confronto con gli specialisti. Insomma, come e più che nella passata edizione, mostreremo ai cittadini, concretamente, in che modo la psicologia può contribuire al loro benessere, migliorando su diversi versanti la qualità della loro vita”.
Nonostante sia appena alla seconda edizione, il  Festival della Psicologia è già un appuntamento molto atteso dagli appassionati e dai curiosi della disciplina. La moltiplicazione degli appuntamenti con il pubblico negli ultimi dodici mesi ha avviato un percorso che si arricchirà in futuro di altre occasioni di incontro e sperimentazione. Tutte le informazioni sull’iniziativa sono consultabili sul sito ufficiale(http://festivalpsicologia.it/ ) creato appositamente dall’Ordine degli Psicologi del Lazio (http://www.ordinepsicologilazio.it/ ).