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Alzheimer ed Emozioni

La malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer prende il nome dal neurologo tedesco Alois Alzheimer che ne descrisse i sintomi nel 1907 per la prima volta. Nel DSM-IV-TR (American Psychiatric Association, 2000, p. 165) è collocata nella sezione “Demenza”, in cui i disturbi descritti sono caratterizzati dallo sviluppo di deficit cognitivi. I disturbi presenti in questa sezione condividono un quadro comune a livello sintomatologico, ma si differenziano in base all’eziologia. La compromissione della memoria è richiesta per fare diagnosi di demenza (ivi, p. 166). L’età d’insorgenza della Demenza Tipo Alzheimer è precoce se sotto i 65 anni, tardiva se superiore ai 65 anni di età (ivi, p. 173). L’Alzheimer è una malattia che colpisce le funzioni cognitive indispensabili per relazionarsi con gli altri (memoria, attenzione, linguaggio). Il paradosso di questa malattia è che il malato appare fisicamente sano, ma nell’arco della malattia arriva a non sapere più come scrivere, parlare e non riconosce i famigliari.
Questa malattia è dunque una forma di demenza progressiva di cui ancora non si conoscono le cause. Nei malati di Alzheimer si assiste a una perdita di cellule nervose nelle aree celebrali vitali per la memoria e per altre funzioni cognitive. Si è riscontrato un basso livello di sostanze chimiche come il neurotrasmettitore acetilcolina, coinvolto nella comunicazione tra le cellule nervose. Questa malattia ha un decorso lento, in media i pazienti possono vivere fino a otto o dieci anni dopo la diagnosi della malattia e la rapidità dei sintomi varia da persona a persona.
 

Perdere la memoria

Come detto, la malattia colpisce la memoria, ma quest’ultima non è unica, e la perdita della stessa non è esclusiva nella malattia di Alzheimer. A seconda di ciò che colpisce l’individuo infatti, la perdita di memoria, può essere precedente all’avvento della malattia o successivo. Nel caso dell’Alzheimer l’amnesia è globale, riguarda ciò che è accaduto prima e ciò che accadrà dopo. Il processo di amnesia è lento e graduale, per cui si comincia dalla perdita di ricordi immediati fino a far fatica ad apprendere nuove cose arrivando a perdere i ricordi della vita precedente. Ovviamente questo processo è devastante in quanto dimenticare la vita precedente (memoria retrograda), equivale a dimenticare la propria identità personale, ma altrettanto devastante è la perdita di memoria anterograda in quanto non si può correggere il malato dagli errori commessi.
 

L’importanza di donare emozioni

Nei malati di Alzheimer viene meno la coscienza estesa, quella che permette all’individuo di percepirsi come il protagonista della propria vita (all’origine della coscienza autobiografica), ma il proto sé rimane intatto (Meini, 2012), elemento importante in quanto ci fa capire come, seppur con difficoltà, sia possibile comunicare, attraverso le emozioni, con questi pazienti.
Ciò è confermato anche da uno studio dell’ – i cui risultati sono contenuti sulla rivista Cognitive and Behavioral Neurology (Guzmán-Vélez E., Feinstein J., Tranel D., 2014) – in cui è emerso che il caregiver ha una profonda influenza sullo stato emotivo dei malati di Alzheimer, difatti,
i pazienti possono non ricordare la recente visita di una persona cara o di essere stati trascurati dal personale in una casa di cura, ma tali azioni possono avere un impatto duraturo su come si sentono
(traduzione di Franco Pellizzari del testo inglese di John Riehl in University of Iowa Health Care, disponibile su www.alzheimer-riese.it).

 

Lo studio

Tale studio, portato avanti da Guzman-Vélez (studente di dottorato in psicologia clinica), Tranel (professore di neurologia e psicologia della UI) e Feinstein (professore assistente all’Università di Tulsa) è stato compiuto su 17 pazienti con l’Alzheimer e 17 partecipanti sani di confronto. Sono stati mostrati dei film della durata di 20 minuti sia tristi che felici a seguito dei quali si notò che:
queste clip hanno innescato l’emozione prevista: dolore e lacrime durante i film tristi e risate durante quelli felici. Circa cinque minuti dopo aver visto i film, i ricercatori hanno sottoposto i partecipanti ad un test di memoria per vedere se potevano ricordare quello che avevano appena visto. Come previsto, i pazienti di Alzheimer hanno trattenuto una quantità significativamente inferiore di informazioni sia sui film tristi che su quelli felici, rispetto alle persone sane. In realtà, quattro pazienti erano in grado di recuperare qualsiasi informazioni fattuale sui film, e un paziente non ricordava nemmeno di aver visto un qualsiasi film
(traduzione di Franco Pellizzari del testo inglese di John Riehl in University of Iowa Health Care).

La cosa interessante e che conferma la necessità di sviuppare nuove tecniche di caregiving è che, nonostante l’incapacità di riportare alla mente ciò che aveva provocato il determinato stato d’animo provato, questo stesso stato d’animo permaneva. Ne consegue che i caregiver dovrebbero indurre sentimenti positivi che hanno – come emerge da questa ricerca – impatti nello stato d’animo del malato, nonostante esso non abbia memoria della causa che li ha generati.
La Guzman-Vélez scrive: Questi risultati dovrebbero responsabilizzare i caregiver, mostrando loro che le loro azioni verso i pazienti contano realmente […]. Frequenti visite e interazioni sociali, esercizio fisico, musica, danza, scherzi, e dare loro i cibi preferiti sono tutte cose semplici che possono avere un impatto emotivo duraturo sulla qualità di vita del paziente e sul benessere soggettivo
(traduzione di Franco Pellizzari del testo inglese di John Riehl in University of Iowa Health Care).

 

Conclusioni

Questo studio si ricollega a quanto detto sul proto sé: permanendo tale forma di coscienza si ha un individuo che ha la capacità di provare emozioni, seppur non sia in grado di riportare la causa dello stato emotivo che sta vivendo.
Da ciò si evince quanto sia importante donare emozioni a un malato di Alzheimer.

Demenza: la Terapia della bambola

Terapia della bambola (Doll Therapy):

un aiuto alla persona con demenza

La terapia della bambola (Doll Therapy) favorisce sentimenti positivi di attaccamento e sicurezza e diminuzione

Terapia della bambola (Doll Therapy): un aiuto alla persona con demenza
 
Attualmente sono disponibili diverse terapie per il trattamento non farmacologico delle demenze. Un intervento che trova ampio utilizzo nella pratica clinica è la cosiddetta terapia della bambola (Doll Therapy), che nasce all’interno della terapia del giocattolo.
 
Nelle malattie accomunate da un progressivo decadimento cognitivo, come le demenze, emergono con il passare del tempo sintomi psichiatrici e comportamentali (spesso indicati con l’acronimo BPSD, Behavioural and Psychological Symptom of Dementia).
Considerato il crescente numero di persone con demenza, si sente sempre più forte il bisogno di interventi personalizzati per attenuare i sintomi associati a questa condizione. Circa il 90% degli anziani con demenza presenta almeno un sintomo della demenza BPSD tra cui vengono inclusi: sintomi psicotici, agitazione, disturbi dell’umore come depressione, apatia e iperattività (Alzheimer Society 2014).
Kitwood (1997) sostenne che i sintomi della demenza BPSD non sono semplicemente il risultato di cambiamenti organici del cervello ma, la conseguenza della relazione tra questi cambiamenti e l’ambiente psicosociale. Per muoversi verso un modello olistico di cura alle persone con demenza, è importante limitare l’uso di farmaci neurolettici ed esplorare altri interventi per migliorarne la cura e la qualità di vita. L’uso di interventi non farmacologici nella cura del disagio invita gli operatori sanitari ad assumere un approccio di cura centrato sulla persona.
 

La terapia della bambola per i sintomi della demenza

Attualmente sono disponibili diverse terapie per il trattamento non farmacologico dei sintomi della demenza BPSD. Un intervento che trova ampio utilizzo nella pratica clinica è la cosiddetta terapia della bambola (Doll Therapy), che nasce all’interno della terapia del giocattolo, diffusasi negli anni ‘80 negli USA e in Australia. Gli studi osservarono che l’uso dei giocattoli favoriva sentimenti positivi di attaccamento e sicurezza, miglioramenti nella comunicazione, e una diminuzione dei comportamenti aggressivi e oppositivi, in anziani con varie forme di demenza.
Attraverso un’analisi retrospettiva condotta su anziani con diagnosi di demenza residenti in casa di riposo, Ellingford, James, e Mackenzie (2007) hanno rilevato un aumento di comportamenti positivi (come impegnarsi in attività) e una diminuzione di comportamenti aggressivi nei residenti coinvolti nella terapia della bambola (Doll Therapy) rispetto ai soggetti che non la utilizzavano. Heathcote e Clare (2014) hanno riportato 12 casi di pazienti che hanno mostrato grandi benefici dalla terapia della bambola come: diminuita agitazione, aumento delle interazioni, e un miglioramento dell’appetito. Ulteriori studi hanno riferito che gli anziani con demenza hanno sviluppato relazioni significative e piacevoli con le bambole, sentimenti di attaccamento e orgoglio (Stephens et al., 2013).
La terapia della bambola (Doll Therapy) si configura, quindi, come un intervento dinamico tra l’anziano, la bambola e chi sta vicino per ottenere benefici nella comunicazione, nelle relazioni, per avere effetti calmanti e una riduzione dei comportamenti socialmente inappropriati.
 

Linee guida per la terapia della bambola

Mackenzie Wood-Mitchell e James (2007) hanno fornito delle linee guida per l’uso della terapia della bambola. Tra queste vengono specificate alcune caratteristiche che le bambole dovrebbero possedere, tra cui: corpi morbidi, occhi che si aprono e chiudono per evitare l’angoscia derivante dal fatto che possano pensare che la bambola dorma o sia morta, facce e vestiti diversi e variegati per evitare confusione sul possesso con gli altri ospiti. Diversi autori consigliano di introdurre la bambola in maniera indiretta, lasciandola nelle aree comuni in modo tale da consentire una libera interazione con essa.
Gli operatori coinvolti dovrebbero inoltre garantire che le bambole non vengano tolte all’ospite senza permesso, o senza una valida spiegazione e la rassicurazione che sarà restituita. La persona con demenza decide se si tratta di un bambino o di una bambola; ed è responsabilità degli operatori rinforzare questa credenza, i quali vengono incoraggiati ad utilizzare lo stesso termine scelto dall’anziano per definire la bambola (ad es. bambino o bambola) in modo tale da non creare confusione e rassicurarlo.
La bambola ha dunque il potenziale di migliorare il benessere personale attraverso l’incoraggiamento dell’interazione e della comunicazione, di favorire l’attaccamento e il bisogno di accudimento e di fornire una stimolazione sensoriale attraverso l’attività.
 

Critiche e punti di vista sulla terapia della bambola

Nonostante i suoi potenziali benefici, la terapia della bambola è attualmente sottoutilizzata, probabilmente a causa di interpretazioni etiche negative della sua pratica (Mackenzie, Wood-Mitchell and James 2007). Questa terapia ha, infatti, ricevuto diverse critiche in passato, la maggior parte delle quali si riferiva al rischio di infantilizzare l’anziano, assumendo comportamenti lesivi della sua dignità.
Diversi autori ritengono, invece, che le terapie non farmacologiche si configurano come interventi person-centred e si basano sull’analisi dei bisogni del singolo, per questo conferiscono valore ed unicità ad ogni persona con demenza.
Forniscono, inoltre, la concreta possibilità di attenuare dei sintomi che impattano notevolmente con il benessere e la qualità di vita del soggetto e di chi gli sta accanto.
 
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2016/03/terapia-della-bambola-doll-therapy-demenza/

Psicofarmaci ai bambini

Il tema degli psicofarmaci per i bambini non può essere trattato al di fuori di un approccio globale di psicologia di comunità orientato a valutare quali sono realmente i bisogni del bambino nel suo percorso di crescita fisica e di sviluppo psicologico.
 
Qual è la posizione degli psicologi sul tema degli psicofarmaci antidepressivi per bambini e adolescenti? Quali sono gli strumenti che mettono in campo gli psicologi per sostenere il bambino e la sua famiglia di fronte a situazioni di disagio psicologico?
I risultati delle prassi sulla somministrazione degli psicofarmaci ai bambini e adolescenti è ritornato alla luce in occasione della Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ONU. I problemi sono numerosi e naturalmente coinvolgono aspetti economici, sociali e politici.
L’associazione Giù le mani dai Bambini che ha come mission anche la farmacovigilanza pediatrica ha presentato un comunicato stampa dove acclama la decisione del Ministero della Salute di aprire un tavolo tecnico sugli antidepressivi per bambini e adolescenti e ripercorre i lavori del Parlamento UE in occasione della giornata mondiale dell’Infanzia e dell’adolescenza. Si legge:
Al Parlamento Ue sono state chieste misure urgenti approvate per vietare il commercio del farmaco – ipotesi comunque remota – sia soprattutto per attivare una procedura di deferimento all’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) per una nuova valutazione dei prodotti medicinali a base di paroxetina nonché per aprire un’indagine finalizzata ad accertare se la multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK) – la quale commercializza tuttora l’antidepressivo, e che, pur interpellata su quest’ultimo studio BMJ, si è trincerata dietro un ostinato silenzio – non abbia violato le norme antitrust dell’UE, garantendo un vantaggio sleale al proprio prodotto, che, secondo il British Medical Journal, e inefficace e pericoloso.
E’ proprio su questo tema che la comunità degli psicologi dovrebbe portare la propria riflessione ed esperienza per affermare l’importanza degli strumenti preventivi del disagio psicologico nell’età dello sviluppo come il sostegno psicologico individuale, famigliare e la programmazione di interventi psico-sociali di comunità.
Il tema degli psicofarmaci per i bambini non può essere trattato al di fuori di un approccio globale di psicologia di comunità orientato a valutare quali sono realmente i bisogni del bambino nel suo percorso di crescita fisica e di sviluppo psicologico.
Nel dibattito di questi giorni non compare questa riflessione che in realtà è la premessa epistemologica più importante perché permette di avvicinarsi al tema degli strumenti che favoriscono il benessere psicosociale del bambino e dell’adolescente. E’ importante, quindi, a fianco della presa di posizione contro gli psicofarmaci nell’età evolutiva iniziare a ribadire l’importanza di tenere in considerazione i bisogni evolutivi del bambino e dell’adolescente e il rispetto del percorso di sviluppo psicologico (relazionale, sociale, emotivo e cognitivo).
E’ evidente, infatti, per chi lavora sul campo che in molti casi si confondono comportamenti fisiologici dell’infanzia con modalità sintomatiche semplicemente perché la società degli adulti si è dimenticata o non conosce o non rispetta le espressioni comportamentali proprie del bambino.
A questo proposito si ricorda che nel mondo della scuola c’è stato bisogno di una Circolare Ministeriale (C.M. 8 del 6 marzo 2013) per riportare l’attenzione del mondo degli adulti sui bisogni del bambino e sull’importanza di osservare e capire la realtà psicologica del bambino e organizzare un progetto educativo individualizzato che tenesse in considerazione le esigenze specifiche.
I bisogni evolutivi speciali non sono altro che i bisogni presentati dai bambini che vivono situazioni sociali, psicologiche e famigliari precise. Abbiamo avuto bisogno di una circolare ministeriale per capire che i bambini sono tutti diversi, che possono avere problemi e soffrire come gli adulti e che tutto questo ha un impatto sulle possibilità di apprendere in modo sereno!
Oggi il mondo degli adulti, di fronte a comportamenti evolutivi del bambino come l’esigenza di muoversi, di correre, di giocare, è in difficoltà perché non è in grado di gestire l’esuberanza o l’apatia o l’inattività o di organizzare ambienti funzionali alla crescita e sviluppo del bambino. E’ in atto una tendenza a utilizzare categorie diagnostiche di fronte alla difficoltà degli adulti di gestire comportamenti evolutivi fisiologici o espressioni di disagio sociale, famigliare e culturale del bambino. L’aumento delle diagnosi di Adhd, infatti, è espressione di questo fenomeno. Lo stesso vale per la depressione infantile o la fobia scolastica che spesso sono il risultato di complessità sociali e famigliari, ma anche di richieste cognitive superiori alle possibilità del bambino.
Sulla base di queste riflessioni si ritiene importante proprio in relazione al dibattito sulla pericolosità degli psicofarmaci nell’infanzia iniziare a diffondere una cultura che parte dai bisogni evolutivi dei bambini per arrivare ad organizzare spazi educativi e sociali che rispettino l’infanzia e promuovano il diritto alla salute e al benessere psicosociale del bambino.
La comunità degli psicologi così come di altri professionisti socio-educativi-sanitari ha maturato un’esperienza indiscutibile rispetto al sostegno e alla cura delle problematiche psicologiche dell’infanzia e dell’adolescenza che dovrebbe essere considerata la strada principale in queste situazioni. E’ importante che gli psicologi ribadiscano che il sostegno psicologico, la psicoterapia, le attività psico-espressive sono gli strumenti elettivi nella gestione del disagio psicologico dell’infanzia e adolescenza, a fianco dei percorsi di psicologia di comunità finalizzati a creare spazi socio-educativi dove il bambino possa fare esperienza del proprio mondo sociale, affettivo e cognitivo.
Purtroppo l’aumento vertiginoso della prescrizione degli psicofarmaci ai bambini è il risultato di una cultura che non rispetta i comportamenti tipici dell’infanzia, i bisogni evolutivi e i tempi di crescita e maturazione psicologica del bambino. La nostra società obbliga il bambino a diventare adulto il prima possibile e questo sta avvenendo anche nella cura farmacologica dove non sono tenuti presenti il significato di alcuni comportamenti di disagio psicologico del bambino.
Ancora una volta ci si concentra sul sintomo senza chiedersi il perché il bambino presenta quell’insieme di manifestazioni e si utilizza un farmaco per contenere, ridurre il problema comportamentale. Per questo è importante nella giornata dell’infanzia e dell’adolescenza ricordarsi del bambino che è in noi per progettare percorsi di vita sociale (famiglia, scuola e ambiente sociale) e di psicologia di comunità che tengano presente i reali bisogni evolutivi dei bambini, i diritti dei bambini, il rispetto dei tempi di crescita e maturazione psicologica e la tutela della salute del bambino e dell’adolescente.