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EvolutivaMente, perché il Cambiamento è Crescita




Fattori di rischio nello sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini: il ruolo dell’attaccamento

Quando si parla di fattori di rischio si fa riferimento a particolari caratteristiche o processi ritenuti all’origine del problema.
Gli eventi che si verificano durante l’infanzia e l’età prescolare sembrano portare allo sviluppo di disturbi nella condotta in età scolare, violenza nell’adolescenza e disordini psichiatrici in età adulta (Loeber, 1991; Robins, 1991).
Un fattore di particolare importanza è la qualità dello sviluppo della relazione genitore-bambino. In particolare,  gravi disordini nell’attaccamento portano allo sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini, comportamenti controllanti e disturbi nella condotta. Già a partire dai 5-6 anni, questi bambini mostrano mancanza di responsabilità, autogratificazione a spese altrui, disonestà e disprezzo per gli standard sociali (Raine, 1993). Secondo Bowlby (1969) un attaccamento problematico nei primi 3 anni di vita può portare ad una psicopatia affettiva, ossia all’incapacità di formare relazioni affettive significative, unita allo sviluppo di una forte rabbia, scarso controllo degli impulsi e assenza di rimorso.
Prima di soffermarci sull’importanza dell’attaccamento, è bene passare brevemente in rassegna ulteriori fattori significativi che potrebbero contribuire allo sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini e disordini della condotta.


Comportamenti aggressivi nei bambini: i fattori di influenza

Una combinazione di fattori emotivi, sociali e biologici possono interagire tra loro e promuovere comportamenti violenti e acting-out antisociali, in particolare l’interazione tra vulnerabilità interna (es. deficit emotivi e/o cognitivi) e fattori ambientali negativi (es. abusi o trascuratezza), possono dar vita a veri e propri disturbi della condotta (Lewis, 1990).

Ambiente familiare

Un significativo fattore di rischio è dato dall’ambiente familiare. Numerose ricerche hanno messo in luce una forte correlazione tra particolari aspetti dell’ambiente familiare e comportamenti aggressivi nei bambini e negli adolescenti, in particolare un basso livello socio economico (Sameroff, 1987), l’essere genitori single (Webster-Stratton, 1990), alti livelli di stress e depressione materna (Campbell, 1990) e l’esposizione a violenza fisica e psicologica (Juoriles et al., 1980), contribuirebbero alla formazione di condotte distruttive. Spesso si tratta di genitori con personalità antisociali, che elargiscono al bambino dure punizioni fisiche, non forniscono un’adeguata supervisione e sono poco coinvolti e presenti nella vita del figlio.

Fattori ambientali

Oltre alla famiglia, il bambino viene anche a contatto con l’ambiente esterno che può fornirgli modelli ed esempi che esaltano la violenza e in molti casi la giustificano. Quando si parla di fattori ambientali si fa riferimento ad un’atmosfera altamente impoverita, caratterizzata da modelli di violenza all’interno di comunità e dall’immediato accesso alla violenza fornito dai media. I comportamenti violenti possono infatti essere in larga parte appresi. I bambini cresciuti in questi ambienti apprendono che la violenza è un modo per risolvere i problemi e già dall’età prescolare viene a formarsi un sistema di credenze che induce all’uso della violenza: ‘l’aggressività è un modo legittimo per esprimere sentimenti, risolvere problemi, aumentare la propria autostima e raggiungere il potere’ (Shure &Spivak, 1988; Slaby & Guerra, 1988).
Un’ulteriore fonte di apprendimento è la TV, infatti si è visto che bambini che guardano cartoni animati violenti sono più predisposti a picchiare i compagni di scuola, non rispettare le regole all’interno della classe e a discutere con le insegnanti; questi bambini potrebbero risultare, spesso, insensibili al dolore e alla sofferenza degli altri (Huston et al., 1992).

Fattori biologici

Ad arricchire il quadro dei fattori di rischio nello sviluppo di disturbi della condotta e comportamenti aggressivi nei bambini , contribuiscono anche i fattori biologici, quali l’esposizione prenatale a droghe e alcool, problemi nello sviluppo del feto, stress materno, complicazioni nel parto e nascite premature, deficit nutrizionali e background genetico.
Come ben sappiamo la violenza non è correlata all’esistenza di un singolo gene, ma a tratti che potrebbero essere ereditati, come ad esempio un temperamento disinibito ed impavido, iperattività e problemi attentivi. Molti studi indicano, inoltre, come problemi cognitivi e linguistici possono precedere lo sviluppo di comportamenti violenti, in particolare sembrerebbe che bambini con disordini della condotta mostrerebbero deficit nell’espressione verbale e nella comprensione linguistica, nonché deficit delle funzioni esecutive correlati a disfunzioni del lobo frontale sinistro (Beitchman, Nair, Clegg, Ferguson & Patel, 1986; Schonfeld, Shaffer, O’Connor & Portnoy, 1988; White, Moffin & Silva, 1989, Gorenstein, Mammato & Sandy, 1989).


Comportamenti aggressivi nei bambini: il ruolo dell’attaccamento

Oltre ai fattori familiari, ambientali e biologici, particolarmente rilevante nello sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini risulta essere lo stile di attaccamento.
La teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969, 1973, 1979, 1980, 1988) postula l’esistenza nell’uomo di una tendenza innata a ricercare per tutto l’arco di vita la vicinanza protettiva di una figura ben conosciuta (di riferimento) che accudisce e protegge, ogni volta che si costituiscono situazioni di pericolo, dolore, fatica, solitudine. Quando si raggiunge il riavvicinamento con essa, dopo una fase di lontananza, l’attivazione fisiologica e le emozioni si attenuano e l’individuo si tranquillizza.
L’attaccamento è un sistema motivazionale a base innata che insieme con quelli dell’accudimento, della cooperazione, a quello agonistico e sessuale (Liotti e Intreccialagli, 1992; Liotti, Monticelli, 2008) si attiva nelle relazioni adulte solo in momenti esistenziali e in contesti ambientali particolari e specifici.
All’interno del sistema di attaccamento vengono evocate emozioni di paura, collera, tristezza, gioia e sicurezza, attraverso cui si modula la richiesta di cura e di vicinanza e  si sollecita nel genitore il sistema motivazionale innato di accudimento.
Con il passare del tempo le modalità attraverso le quali si entra in relazione con le figure di riferimento si generalizzano, arrivando a formare gli Internal working model, ossia rappresentazioni di sé, dell’altro e di sé con l’altro, schemi cognitivi interpersonali che regolano in direzioni individualmente diverse il comportamento di attaccamento su base innata (Ainsworth et al., 1978). Queste rappresentazioni apprese costituiscono una caratteristica personale che modella le relazioni interpersonali, portando alla formazione di uno specifico stile di attaccamento: sicuro o insicuro (evitante, ansioso-ambivalente, disorganizzato).

Attaccamento sicuro

Un tipo di attaccamento definito sicuro prevede che il bambino abbia sicurezza e protezione dalle vulnerabilità attraverso la vicinanza con il caregiver. In questo contesto risultano fondamentali la sensibilità e la responsività materna che si esplicano in: percezione accurata dei segnali espliciti e delle comunicazioni implicite del bambino, interpretazione accurata dei segnali percepiti, sintonizzazione affettiva (condivisione empatica), risposta comportamentale, ossia prontezza e appropriatezza della risposta, completezza della risposta e costanza (prevedibilità).
Attraverso uno stile di attaccamento sicuro, il bambino apprende funzioni fondamentali per il suo sviluppo:
  • Impara le basi della fiducia e della reciprocità, che gli serviranno come modello per tutte le future relazioni affettive;
  • Esplora l’ambiente con sicurezza, fattore che lo porterà ad un buon sviluppo cognitivo e sociale;
  • Sviluppa l’abilità di autoregolazione, che gli permetterà un efficace controllo degli impulsi e delle emozioni;
  • Crea le basi per la formazione dell’identità, che includerà il senso di competenza, l’autostima e il giusto bilanciamento tra autonomia e dipendenza;
  • Da vita ad una morale prosociale, che comporterà la formazione di atteggiamenti empatici e compassionevoli;
  • Genera un sistema di credenze nucleari, che comprendono una valutazione cognitiva del sé, del caregiver, degli altri e della vita in generale;
  • Sarà protetto da stress e traumi, attraverso la ricerca attiva di risorse e la resilienza.
La creazione di una relazione di attaccamento sicuro tra madre e bambino è il principale fattore protettivo contro la formazione di comportamenti violenti e pattern cognitivi e comportamentali antisociali.
Gli specifici fattori protettivi collegati all’attaccamento che riducono il rischio di sviluppare condotte violente e comportamenti aggressivi nei bambini sono:
  • L’abilità di regolare e modulare impulsi ed emozioni: la funzione primaria dei genitori è aiutare il bambino a modulare l’arousal attraverso la sintonia e la capacità di una buona gestione del tempo nel gioco, nella nutrizione, nel conforto, nel contatto fisico, negli sguardi, nella pulizia e nel riposo; in sintesi insegnando al bambino le competenze che gradualmente lo aiuteranno a modulare il suo arousal;
  • Lo sviluppo di valori pro sociali, empatia e moralità: un attaccamento sicuro promuove valori e comportamenti prosociali che includono l’empatia, la compassione, la gentilezza e la moralità;
  • Stabilire un solido e positivo senso di sé: i bambini che hanno una basa sicura, caratterizzata da risposte appropriate da parte del caregiver e dalla sua disponibilità, hanno più probabilità di essere autonomi ed indipendenti durante l’arco dello sviluppo. Esplorano l’ambiente con poca ansia e maggiore abilità, sviluppando una maggiore autostima, abilità di mastery e differenzazione di sé. Questi bambini sviluppano credenze positive e aspettative circa sé stessi e le relazioni interpersonali (positive internal working model). Credenze positive su di sé: ‘sono buono, ricercato, competente e amabile‘; Credenze positive sui genitori: ‘loro sono responsivi ai miei bisogni, sensibili e affidabili‘; Credenze positive sulla vita: ‘il mondo è sicuro, la vita merita di essere vissuta‘;
  • L’abilità di gestire stress e avversità: numerose ricerche dimostrano come l’attaccamento sicuro costituisca una difesa nello sviluppo di psicopatologie associate a traumi ed avversità (Werner & Smith, 1992);
  • L’abilità di creare e mantenere relazioni emotivamente stabili: l’attaccamento sicuro implica una maggiore consapevolezza degli stati mentali degli altri, che non solo produce un rapido sviluppo della moralità, ma protegge il bambino dallo sviluppo di comportamenti antisociali.
Riassumendo si può affermare che i primi anni di vita costituiscono un’importantissima fase di sviluppo, nella quale il bambino apprende la fiducia, i pattern relazionali, il senso di sé e le abilità cognitive.

Attaccamento insicuro

Purtroppo, però, non tutti i bambini sperimentano un attaccamento sicuro, caratterizzato da amore, sicurezza e genitori che offrono protezione. I bambini con una marcata compromissione nell’attaccamento spesso diventano impulsivi, oppositivi, mancano di coscienza ed empatia, sono incapaci di dare e ricevere affetto e amore, esprimendo, quindi, rabbia, aggressività e violenza.
Le cause di disordini nell’attaccamento (attaccamento insicuro) possono essere svariate: abuso, neglect, depressione o patologie psichiatriche dei genitori (contributi genitoriali), difficoltà temperamentali, nascita prematura o problemi prenatali del feto nel bambino (contributi del bambino) e povertà, casa o comunità in cui si esperisce violenza e aggressività (contributi ambientali).
Un attaccamento insicuro può influenzare molti aspetti del funzionamento del bambino ed in particolare:
  • Il comportamento: il bambino tenderà maggiormente ad essere oppositivo, provocatorio, impulsivo, bugiardo, fino a commettere piccoli furti, aggressivo, iperattivo e autodistruttivo;
  • Le emozioni: il bambino proverà una rabbia intensa, si sentirà spesso depresso e senza speranze, sarà lunatico, avrà paura e sperimenterà l’ansia, sarà irritabile e avrà delle reazioni emotive inappropriate di fronte agli eventi esterni;
  • I pensieri: avrà credenze negative su sé stesso, sulle relazioni e sulla vita in generale, problemi attentivi e di apprendimento e mancherà del ragionamento causa-effetto;
  • Le relazioni: mancherà di fiducia verso gli altri, sarà controllante, manipolativo, avrà relazioni instabili con i pari e tenderà ad incolpare gli altri per i propri errori;
  • Il benessere fisico: il bambino potrebbe presentare enuresi ed encopresi, potrebbe essere più incline agli incidenti e avere una bassa tolleranza del dolore;
  • La morale: saranno spesso presenti mancanza di empatia, di compassione e di rimorso.
Nei bambini dai 2 ai 3 anni di età genitori non responsivi e trascuranti possono generare disperazione, eccessiva tristezza o l’esprimersi di una rabbia fuori controllo; questi bambini saranno portati a ricercare disperatamente l’attenzione dei genitori attraverso comportamenti negativi, caratterizzati da irrequietezza e irritabilità. A partire dai 5 anni tenderanno ad essere molto arrabbiati, oppositivi e a mostrare poco entusiasmo nell’apprendimento; svilupperanno inoltre una marcata incapacità di controllare gli impulsi e di gestire le emozioni.
In particolare, numerose ricerche hanno dimostrato che un attaccamento disorganizzato (questo stile si sviluppa quando i bambini percepiscono la figura d’attaccamento come fortemente scostante o addirittura minacciosa; il modello negativo che il bambino si crea della principale figura di riferimento lo porta ad evitare da un lato le richieste d’aiuto e i conflitti e dall’altro a non fidarsi degli altri; lo stato d’animo principale è la paura e la difficoltà a tenere insieme le diverse parti dell’io) è associato con perdite irrisolte, paure e traumi di uno o entrambi i genitori. Le madri di bambini con attaccamento disorganizzato hanno, spesso, storie di violenze familiari e abusi, piuttosto che trascuratezza emotiva prolungata, sono spaventate dalle memorie del trauma passato, possono presentare problemi di dissociazione e far vivere i loro figli all’interno di un dramma familiare irrisolto (Main & Goldwyn, 1984).
Queste mamme non sono assolutamente sincronizzate con le richieste dei loro bambini, rimandando ad essi messaggi confusi, come ad esempio stendere le braccia verso il bambino, mentre stanno indietreggiando, e risposte inappropriate ai segnali dei bambini, come ridere mentre il bambino piange (Lyons-Ruth, 1996; Main, 1985; Spieker & Booth, 1998). Questo dimostra come uno stile di attaccamento disorganizzato, così come ogni altro stile di attaccamento, possa avere una trasmissione intergenerazionale. Genitori cresciuti in famiglie violente e maltrattanti trasmettono le loro paure e i loro conflitti irrisolti ai figli attraverso abusi o deprivazione emotiva. In questo modo i bambini si trovano a vivere un vero e proprio paradosso, da una parte la vicinanza al genitore incrementa le paure del bambino, dall’altra lenisce le sue paure (Lyons-Ruth, 1996; Main & Hesse, 1990).
Le credenze che questi bambini sviluppano sono caratterizzate da autovalutazioni negative e disprezzo verso sé stessi. In particolare penseranno di essere cattivi, incompetenti e non amabili, che i genitori non rispondono ai loro bisogni, sono insensibili e inaffidabili e che il mondo è pericoloso e la vita non merita di essere vissuta. Questo pattern di credenze porta il bambino ad un senso di alienazione dalla famiglia e dalla società in generale; egli sentirà sempre il bisogno di controllare gli altri e di proteggere sé stesso in ogni momento attraverso l’aggressività, la violenza, la rabbia e la vendetta.
Sono proprio i casi di attaccamento disorganizzato a portare allo sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini e disturbi della condotta, fattori che potrebbero poi contribuire allo sviluppo di una personalità antisociale.


Conclusioni

In conclusione, l’attaccamento insicuro ed in particolare uno stile di attaccamento disorganizzato, favorisce comportamenti aggressivi nei bambini e devianza sociale a causa dell’utilizzo dell’aggressività come reazione difensiva e per l’assenza di considerazione dei bisogni e dei sentimenti degli altri. Ma questo non è sufficiente per considerare l’attaccamento insicuro/disorganizzato come sinonimo di comportamento aggressivo. La maggior parte dei bambini cresciuti in ambienti poveri e degradati manifesta un attaccamento insicuro, ma non per questo in età adulta si comporta in modo criminale o violento.
Solo nei casi estremi di persone cresciute in condizioni di grave pericolo, di abbandono e di maltrattamento emotivo o fisico, la manifestazione dell’aggressività può risultare non funzionale al mantenimento della relazione, pur svolgendo ugualmente la funzione difensiva di limitare o interrompere il legame di attaccamento per proteggere il Sé dalla pericolosità di genitori (Crittenden, 1999). In questi casi la sofferenza e la paura inducono ad utilizzare l’aggressività non per riavvicinarsi alla figura di attaccamento, ma per controllarla e distruggerla, per cui la vendetta e la punizione diventano obiettivi primari predisponendo a futuri comportamenti violenti e antisociali.
Un intervento d’elezione per prevenire lo sviluppo di comportamenti aggressivi nei bambini , sarebbe quello di favorire in età precoce l’incremento di abilità che possano ridurre la necessità di questi bambini di agire in maniera violenta nel loro ambiente. Una modalità interessante a tale riguardo potrebbe essere quella di affiancare al tempo dedicato al gioco libero, lo sviluppo di attività di gioco strutturate che promuovano in tutti i bambini empatia, abilità sociali e rafforzino l’autostima.



Festival Psicologia

 
A questo link puoi vedere il mio profilo e scaricare il voucher per un primo incontro gratuito e una tariffa agevolata per il percorso terapeutico:
 
 
 
Stiamo Fuori 2016”: il Festival della Psicologia torna a colorare le piazze di Roma  


Dopo il successo dell’edizione2015,  l’Ordine degli Psicologi del Lazio ripropone il 23 -24 maggio la sua due giorni dedicata alla “scienza della mente”, organizzata con il patrocinio del Ministero della Salute. Molte le novità: supporti didattici, giochi di ruolo, esperimenti e consulenze gratuite per conoscere meglio se stessi e valorizzare al massimo le proprie risorse . Appuntamento in piazza San Silvestro, piazza del Popolo e piazza della Repubblica  dalle 10 alle 21.  

Roma, 10 maggio 2015. Dopo il successo dell’edizione 2015, capace di richiamare oltre undicimila appassionati e curiosi, torna “Stiamo Fuori”,  il “Festival della Psicologia” organizzato dall’Ordine degli Psicologi del Lazio per fare conoscere al pubblico, in modo originale e interattivo, le numerose risorse offerte dalla scienza della mente. L’evento di quest’anno, organizzato con il patrocinio del Ministero della Salute, si concentrerà il 23-24 maggio in tre piazze della Capitale, distinte per aree tematiche: piazza San Silvestro (perinatalità e scuola), piazza del Popolo (alimentazione e cronicità) e piazza della Repubblica (lavoro e sport).   
In queste location i gazebo dell’Ordine, aperti dalle 10 alle 21, offriranno ai cittadini un’ampia gamma di opportunità conoscitive e ludiche per familiarizzare con la psicologia: sarà possibile fruire di supporti didattici inediti; accedere a simulazioni, attivazioni e giochi di ruolo; prendere parte a test ed esperimenti scientifici; confrontarsi sui propri obiettivi, di vita o di lavoro, con la consulenza di specialisti accreditati. Tutti coloro che prenderanno parte all’edizione 2016, poi, avranno  diritto a un voucher - scaricabile all’indirizzo http://www.festivalpsicologia.it/psicologi-aderenti/  - per una consulenza psicologica gratuita, eventualmente convertibile in un percorso di terapia a tariffa agevolata.
Il Festival 2016 intende trasmettere un’idea di “circolarità” di esperienze,  relazioni, conoscenza. A questo scopo, l’Ordine degli Psicologi del Lazio ha realizzato sei e-book ricavati dai principali spunti emersi nell’edizione 2015, finalizzati a rendere ancor più coinvolgente l’esperienza dei partecipanti. I testi possono essere scaricati gratuitamente sul sito della manifestazione (http://www.festivalpsicologia.it/sezione/ebook/
 
Ciascuna location, come detto, si focalizzerà su ambiti specifici. In piazza San Silvestro, le attivazioni riguarderanno la perinatalità e la scuola: i neo-genitori potranno ricevere informazioni sul comportamento del bambino e sulle scelte da adottare nei suoi primi mesi di vita, mentre chi ha figli più grandi verrà consigliato su come motivarli e indirizzarli nello studio. In Piazza del Popolo, si parlerà di alimentazione e cronicità: accanto all’ampio ventaglio di temi connessi al rapporto con il cibo, si approfondiranno le questioni legate allo stress correlato agli stati di malattia. In piazza della Repubblica, infine, verranno toccate le problematiche connesse al lavoro e allo sport: chi vorrà potrà acquisire indicazioni sulla valorizzazione del proprio curriculum e delle proprie competenze, sulla formazione professionale, sulla risoluzione delle principali criticità della vita lavorativa. Gli sportivi, invece, avranno accesso alla gamma di soluzioni utili a migliorare la performance e sperimentare il “Biofeedback”: uno strumento d’avanguardia utilizzato dagli atleti professionisti per la valutazione dello stress, basato sulla misurazione di particolari parametri psicofisiologici.
“Dopo la grande partecipazione del 2015 – spiega Nicola Piccinini, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio – abbiamo deciso di prolungare l’orario della manifestazione e predisporre ancora più strumenti per l’interazione con i visitatori. Inoltre, abbiamo realizzato dei prodotti digitali gratuiti  utili ad accrescere il valore del confronto con gli specialisti. Insomma, come e più che nella passata edizione, mostreremo ai cittadini, concretamente, in che modo la psicologia può contribuire al loro benessere, migliorando su diversi versanti la qualità della loro vita”.
Nonostante sia appena alla seconda edizione, il  Festival della Psicologia è già un appuntamento molto atteso dagli appassionati e dai curiosi della disciplina. La moltiplicazione degli appuntamenti con il pubblico negli ultimi dodici mesi ha avviato un percorso che si arricchirà in futuro di altre occasioni di incontro e sperimentazione. Tutte le informazioni sull’iniziativa sono consultabili sul sito ufficiale(http://festivalpsicologia.it/ ) creato appositamente dall’Ordine degli Psicologi del Lazio (http://www.ordinepsicologilazio.it/ ).

Alzheimer ed Emozioni

La malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer prende il nome dal neurologo tedesco Alois Alzheimer che ne descrisse i sintomi nel 1907 per la prima volta. Nel DSM-IV-TR (American Psychiatric Association, 2000, p. 165) è collocata nella sezione “Demenza”, in cui i disturbi descritti sono caratterizzati dallo sviluppo di deficit cognitivi. I disturbi presenti in questa sezione condividono un quadro comune a livello sintomatologico, ma si differenziano in base all’eziologia. La compromissione della memoria è richiesta per fare diagnosi di demenza (ivi, p. 166). L’età d’insorgenza della Demenza Tipo Alzheimer è precoce se sotto i 65 anni, tardiva se superiore ai 65 anni di età (ivi, p. 173). L’Alzheimer è una malattia che colpisce le funzioni cognitive indispensabili per relazionarsi con gli altri (memoria, attenzione, linguaggio). Il paradosso di questa malattia è che il malato appare fisicamente sano, ma nell’arco della malattia arriva a non sapere più come scrivere, parlare e non riconosce i famigliari.
Questa malattia è dunque una forma di demenza progressiva di cui ancora non si conoscono le cause. Nei malati di Alzheimer si assiste a una perdita di cellule nervose nelle aree celebrali vitali per la memoria e per altre funzioni cognitive. Si è riscontrato un basso livello di sostanze chimiche come il neurotrasmettitore acetilcolina, coinvolto nella comunicazione tra le cellule nervose. Questa malattia ha un decorso lento, in media i pazienti possono vivere fino a otto o dieci anni dopo la diagnosi della malattia e la rapidità dei sintomi varia da persona a persona.
 

Perdere la memoria

Come detto, la malattia colpisce la memoria, ma quest’ultima non è unica, e la perdita della stessa non è esclusiva nella malattia di Alzheimer. A seconda di ciò che colpisce l’individuo infatti, la perdita di memoria, può essere precedente all’avvento della malattia o successivo. Nel caso dell’Alzheimer l’amnesia è globale, riguarda ciò che è accaduto prima e ciò che accadrà dopo. Il processo di amnesia è lento e graduale, per cui si comincia dalla perdita di ricordi immediati fino a far fatica ad apprendere nuove cose arrivando a perdere i ricordi della vita precedente. Ovviamente questo processo è devastante in quanto dimenticare la vita precedente (memoria retrograda), equivale a dimenticare la propria identità personale, ma altrettanto devastante è la perdita di memoria anterograda in quanto non si può correggere il malato dagli errori commessi.
 

L’importanza di donare emozioni

Nei malati di Alzheimer viene meno la coscienza estesa, quella che permette all’individuo di percepirsi come il protagonista della propria vita (all’origine della coscienza autobiografica), ma il proto sé rimane intatto (Meini, 2012), elemento importante in quanto ci fa capire come, seppur con difficoltà, sia possibile comunicare, attraverso le emozioni, con questi pazienti.
Ciò è confermato anche da uno studio dell’ – i cui risultati sono contenuti sulla rivista Cognitive and Behavioral Neurology (Guzmán-Vélez E., Feinstein J., Tranel D., 2014) – in cui è emerso che il caregiver ha una profonda influenza sullo stato emotivo dei malati di Alzheimer, difatti,
i pazienti possono non ricordare la recente visita di una persona cara o di essere stati trascurati dal personale in una casa di cura, ma tali azioni possono avere un impatto duraturo su come si sentono
(traduzione di Franco Pellizzari del testo inglese di John Riehl in University of Iowa Health Care, disponibile su www.alzheimer-riese.it).

 

Lo studio

Tale studio, portato avanti da Guzman-Vélez (studente di dottorato in psicologia clinica), Tranel (professore di neurologia e psicologia della UI) e Feinstein (professore assistente all’Università di Tulsa) è stato compiuto su 17 pazienti con l’Alzheimer e 17 partecipanti sani di confronto. Sono stati mostrati dei film della durata di 20 minuti sia tristi che felici a seguito dei quali si notò che:
queste clip hanno innescato l’emozione prevista: dolore e lacrime durante i film tristi e risate durante quelli felici. Circa cinque minuti dopo aver visto i film, i ricercatori hanno sottoposto i partecipanti ad un test di memoria per vedere se potevano ricordare quello che avevano appena visto. Come previsto, i pazienti di Alzheimer hanno trattenuto una quantità significativamente inferiore di informazioni sia sui film tristi che su quelli felici, rispetto alle persone sane. In realtà, quattro pazienti erano in grado di recuperare qualsiasi informazioni fattuale sui film, e un paziente non ricordava nemmeno di aver visto un qualsiasi film
(traduzione di Franco Pellizzari del testo inglese di John Riehl in University of Iowa Health Care).

La cosa interessante e che conferma la necessità di sviuppare nuove tecniche di caregiving è che, nonostante l’incapacità di riportare alla mente ciò che aveva provocato il determinato stato d’animo provato, questo stesso stato d’animo permaneva. Ne consegue che i caregiver dovrebbero indurre sentimenti positivi che hanno – come emerge da questa ricerca – impatti nello stato d’animo del malato, nonostante esso non abbia memoria della causa che li ha generati.
La Guzman-Vélez scrive: Questi risultati dovrebbero responsabilizzare i caregiver, mostrando loro che le loro azioni verso i pazienti contano realmente […]. Frequenti visite e interazioni sociali, esercizio fisico, musica, danza, scherzi, e dare loro i cibi preferiti sono tutte cose semplici che possono avere un impatto emotivo duraturo sulla qualità di vita del paziente e sul benessere soggettivo
(traduzione di Franco Pellizzari del testo inglese di John Riehl in University of Iowa Health Care).

 

Conclusioni

Questo studio si ricollega a quanto detto sul proto sé: permanendo tale forma di coscienza si ha un individuo che ha la capacità di provare emozioni, seppur non sia in grado di riportare la causa dello stato emotivo che sta vivendo.
Da ciò si evince quanto sia importante donare emozioni a un malato di Alzheimer.